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La Milano delle botteghe: Brera, Isola, Navigli, Porta Romana e Lambrate quartiere per quartiere

·9 min·Team Handsome
La Milano delle botteghe: Brera, Isola, Navigli, Porta Romana e Lambrate quartiere per quartiere

Foto: archivio Handsome

Milano si racconta con le parole della moda e della finanza, ma i nomi delle sue strade dicono altro. A pochi passi dal Duomo si cammina in via Orefici, via Spadari, via Armorari, via Speronari: sono i mestieri che stavano lì. Nel Medioevo le corporazioni di arti e mestieri milanesi si chiamavano paratici, e dei singoli paratici restano testimonianze scritte dal Trecento in poi. Prima di essere una vetrina, il centro era un elenco di botteghe.

Da allora il lavoro manuale si è spostato più volte: fuori dalle mura, lungo i canali, dentro i capannoni, poi in provincia. Questa passeggiata attraversa cinque quartieri e a ciascuno fa la stessa domanda: com'è diventato una zona di botteghe, perché ha smesso di esserlo, cosa resta da vedere.

La città che vende e la città che fabbrica

A poche centinaia di metri comincia il Quadrilatero della moda, e il conto cambia scala. Nel rapporto Main Streets Across the World di Cushman & Wakefield del novembre 2024 via Montenapoleone è risultata la strada del lusso più cara al mondo, a 20.000 euro al metro quadro l'anno: prima volta per una via europea in trentaquattro edizioni. Nell'edizione successiva è scivolata al secondo posto, superata da New Bond Street a Londra. Dove il piano terra vale così tanto ci va chi vende, non chi produce.

È il paradosso milanese: la città che il mondo associa alla moda ha delegato il fare all'anello esterno e ai quartieri dove lo spazio costava meno. Tra giugno 2025 e giugno 2026 le imprese artigiane attive nella Grande Milano sono calate del 2,6 per cento, 2.781 in meno su 91.349 (Unione Artigiani su dati del Registro Imprese camerale): molte chiusure sono titolari andati in pensione senza nessuno a cui passare il mestiere.

Brera: l'Accademia che si è tirata dietro le botteghe

Brera prende il nome da *braida*, parola longobarda per un terreno erboso fuori città. I gesuiti si insediarono qui nel 1572 e ci restarono fino alla soppressione dell'ordine, nel 1773; il palazzo che si vede oggi comincia intorno al 1615 su progetto di Francesco Maria Richini. Poi arriva la stagione che ha fatto il quartiere: Biblioteca Braidense nel 1770, Orto Botanico nel 1774, Accademia di Belle Arti nel 1776, Pinacoteca inaugurata il 15 agosto 1809, giorno del compleanno di Napoleone.

Un'accademia di quelle dimensioni si porta dietro un indotto: corniciai, doratori, restauratori, colorifici, negozi di belle arti. Per un secolo e mezzo Brera è stata anche una zona povera, dove i pittori dividevano una stanza per lavorare; il Jamaica di via Brera, aperto nel 1911, ne è stato il ritrovo, con Lucio Fontana e Giuseppe Ungaretti tra i frequentatori. La Brera bohémien nasce da affitti bassi, non da un'operazione di immagine.

Oggi il quartiere è due cose sovrapposte. Dal 2009 c'è il Brera Design District, progetto dello studio milanese Studiolabo nato su richiesta dell'associazione dei commercianti e presentato al Fuorisalone dell'aprile 2010: partì mappando una settantina di showroom permanenti, oggi ne conta più di duecento. Sotto restano gallerie, antiquari e laboratori di cornici e restauro che una vetrina non ce l'hanno.

A Brera guarda i portoni invece delle vetrine: molti laboratori stanno nei cortili interni e si annunciano solo con una targa. E dentro il Palazzo di Brera c'è l'Orto Botanico del 1774, il posto più silenzioso del quartiere.

Isola: il quartiere che ha perso la sua Stecca

Sull'Isola circola una spiegazione comoda: si chiama così perché la ferrovia l'ha isolata. La cronologia non torna. Il toponimo compare già nella mappa del Catasto Teresiano del 1720-23, dove appena fuori Porta Comasina è disegnato un edificio isolato nella campagna con la scritta *Insola de Porta Comasina*: più di un secolo prima della ferrovia Milano-Monza del 1840. I binari però hanno fatto il resto, e la stazione di Porta Garibaldi, attivata nel novembre 1961, ha sancito il taglio.

Il quartiere cresce dalla metà dell'Ottocento come zona operaia, abitata da chi lavorava alla Brown Boveri e alla Pirelli. Il pezzo più antico è la Fonderia Napoleonica Eugenia: nel 1806 il viceré Eugenio di Beauharnais — da cui il nome — cedette il complesso ai fratelli Manfredini, orafi e fonditori milanesi, che lo trasformarono in fonderia. Dal 1852 passò ai Barigozzi, fonditori di campane, che nel 1896 vi fusero la statua equestre del monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo; chiuse nel 1975. Oggi gli spazi restaurati ospitano un museo dell'arte fusoria.

La vicenda che spiega l'Isola di oggi è però la Stecca degli Artigiani: negli anni Ottanta il capannone centrale della ex fabbrica TIBB, in via De Castillia, si riempì di laboratori, falegnamerie e associazioni, e per vent'anni fu il riferimento della zona. Venne sgomberata il 7 aprile 2007 e demolita alla fine dello stesso mese, nell'ambito del progetto Porta Nuova; sull'area sono cresciute le torri del Bosco Verticale, inaugurate nell'ottobre 2014. La Stecca 3.0, del 2012, ha riaccolto le associazioni, non le botteghe.

La coda ha qualcosa di beffardo: dieci anni dopo lo sgombero, nell'aprile 2017, l'Isola ha debuttato al Fuorisalone come Isola Design District, all'ombra del Bosco Verticale. Ha perso i suoi artigiani e ha guadagnato un distretto del design: due cose diverse.

I Navigli sono l'infrastruttura che ha reso Milano una città di merci senza avere un fiume navigabile. Lo scavo del canale poi chiamato Ticinello comincia nel 1177-1179; l'allargamento avviato nel 1257 dal podestà Beno de' Gozzadini lo rende navigabile in modo stabile dal 1272. Quando nel 1386 apre il cantiere del Duomo, il marmo di Candoglia arriva in città sulle barche che risalgono il Naviglio Grande.

Sull'alzaia c'è il posto che meglio racconta il lavoro di qui: il Vicolo dei Lavandai, con il lavatoio pubblico rimasto quasi intatto, in uso dall'Ottocento agli anni Cinquanta. Il nome è al maschile per un motivo preciso: a lavare erano uomini, organizzati fin dal Settecento nella Confraternita dei Lavandai, che ritiravano la biancheria nelle case dei benestanti e la lavavano nel *fossètt* alimentato dal Naviglio, in ginocchio su una panchetta di legno chiamata *brellìn*.

Più a sud-ovest lo stesso canale diventa industriale. A San Cristoforo la fabbrica di ceramiche e porcellane avviata da Luigi Tinelli nel 1833 passa nel 1842 a Giulio Richard, che nel 1873 fonda la Società Ceramica Richard e nel 1896 acquisisce la manifattura Ginori di Doccia: nasce la Richard-Ginori. Dagli anni Venti del Novecento, intorno agli stabilimenti, cresce una piccola città di fabbrica con case per operai e impiegati, scuola e servizi sanitari.

Poi Milano volta le spalle all'acqua: i lavori di copertura della fossa interna cominciano nel marzo 1929 e durano circa un anno, lasciando al loro posto l'anello di strade che ancora si chiama Cerchia dei Navigli. Restano il Naviglio Grande e il Pavese, la Darsena — ricavata nel 1603 dal governatore spagnolo Pedro Enríquez de Acevedo, conte di Fuentes, trasformando il laghetto di Sant'Eustorgio in un porto — e il Mercatone dell'Antiquariato dell'ultima domenica del mese, oltre 380 espositori da viale Gorizia al ponte di via Valenza.

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Porta Romana: le officine di Boccioni, la distilleria, il villaggio olimpico

Corso di Porta Romana è uno degli assi più antichi della città, e l'arco che le dà il nome fu costruito nel 1596, su progetto di Martino Bassi, per l'ingresso in città di Margherita d'Austria. Ma qui conta la Porta Romana industriale: dal 1907, tra piazzale Lodi, viale Umbria e via Sannio, c'era il Tecnomasio Italiano Brown Boveri, che costruiva motori elettrici, trasformatori, tram e materiale ferroviario su un'area di 45.000 metri quadrati collegata da un raccordo allo scalo merci di Porta Romana. La fabbrica non c'è più, il nome sì: la stazione della metropolitana aperta il 12 maggio 1991 si chiama Lodi T.I.B.B.

Di quella Milano che diventava industriale esiste un ritratto famoso: tra il 1909 e il 1910 Umberto Boccioni dipinse *Officine a Porta Romana* guardando dalla finestra di casa sua, in via Adige 23. Il quadro è oggi alle Gallerie d'Italia di piazza Scala.

Il presente è costruito sopra quelle fabbriche. La Fondazione Prada, aperta il 9 maggio 2015 in largo Isarco su progetto di OMA, occupa una ex distilleria di inizio Novecento. Dietro corso Lodi la Cascina Cuccagna, cascinale seicentesco dove i Padri Fatebenefratelli coltivavano erbe officinali per l'Ospedale Maggiore, è stata affidata nel 2005 in concessione ventennale a un consorzio di associazioni e riaperta al pubblico dal 2012. E l'ex Scalo di Porta Romana, che ha ospitato il Villaggio Olimpico di Milano-Cortina 2026, sarà riconvertito in residenza universitaria.

Lambrate e via Ventura: capannoni che cambiano mestiere

Lambrate prende il nome dal Lambro, e dal fiume viene anche l'oggetto che l'ha resa famosa. Ferdinando Innocenti vi costruì nel 1933 una fabbrica di tubi d'acciaio e giunti per ponteggi; bombardata durante la guerra e ricostruita, dal 1947 produsse la Lambretta, che nel 1950 arrivò a centomila esemplari l'anno e uscì dagli stabilimenti di Lambrate fino al 1971.

In via Ventura un'altra fabbrica ha lasciato il segno: la Faema, nata a Milano nel 1945 come Fabbrica Apparecchiature Elettro-Meccaniche e Affini, che aveva qui i suoi stabilimenti. Faceva macchine da caffè — nel 1961 brevettò il sistema di erogazione della E61 — e piccoli elettrodomestici, prima di spostarsi a Binasco. Quando la produzione se n'è andata i capannoni non sono stati demoliti: dentro oggi ci sono studi, gallerie, spazi per eventi e negozi.

È questo riuso ad aver reso Lambrate un indirizzo del design. Dal 2010 al 2017 l'area ha ospitato Ventura Lambrate, il distretto del Fuorisalone curato dall'agenzia olandese Organisation in Design, che dopo l'edizione 2017 ha lasciato il quartiere per altre zone della città. Il distretto non c'è più, la ragione per cui era nato sì: soffitti alti, impianti seri, cortili dove rumore e polvere non danno fastidio.

Cosa cercare davvero, camminando

Le tracce del lavoro manuale a Milano si leggono con poche regole, valide in tutti e cinque i quartieri. Non sono segnalate: bisogna sapere dove guardare.

  1. I nomi delle vie del centro: dicono dove stava un mestiere prima che l'affitto lo spostasse.
  2. I portoni socchiusi e i cortili: a Brera, sui Navigli e all'Isola il laboratorio quasi mai dà sulla strada.
  3. I cancelli larghi degli ex lotti industriali a Lambrate e verso San Cristoforo: larghezza da camion significa materiali in entrata.
  4. Le insegne dipinte rimaste sui muri: fonderie, ceramiche, officine. A Milano l'archeologia industriale è a livello degli occhi.

Milano ha smesso di produrre in centro molto prima di smettere di raccontarsi come città del fare. È nei quartieri intorno che quel racconto ha ancora un riscontro.

Non tutti i distretti creativi sono distretti artigiani: un design district dura una settimana e porta visitatori, una bottega è un affitto pagato dodici mesi l'anno da chi lavora con le mani. All'Isola le due cose si sono succedute a dieci anni di distanza. E se il passo successivo è mettere le mani in un laboratorio, conta la logistica più del quartiere: è il ragionamento della guida ai laboratori artigianali di Milano per fermata della metro.

Una precisazione onesta: Handsome è nato tra Romagna e Marche e a Milano la copertura è ancora agli inizi, quindi può capitare di non trovare nessuna data aperta. La pagina della città si aggiorna man mano che nuovi Maker pubblicano i loro laboratori.

Domande frequenti

Qual è il quartiere artigiano di Milano?
Non ne esiste uno solo. I mestieri stavano in centro, dove i nomi delle vie li ricordano ancora, poi si sono spostati dove lo spazio costava meno: le case di ringhiera dell'Isola e dei Navigli, gli ex capannoni di Lambrate, i lotti industriali di Porta Romana.
Si possono ancora vedere botteghe artigiane a Brera?
Sì, ma quasi mai in vetrina sulla via principale. Intorno all'Accademia di Belle Arti, fondata nel 1776, è cresciuto un indotto di corniciai, restauratori e fornitori di belle arti, e parte di quei laboratori sta nei cortili interni.
Che cos'era la Stecca degli Artigiani all'Isola?
Il capannone centrale della ex fabbrica TIBB, in via De Castillia, che dagli anni Ottanta ospitava laboratori, falegnamerie, artisti e associazioni di quartiere. Fu sgomberato il 7 aprile 2007 e demolito nello stesso mese, nell'ambito del progetto Porta Nuova; sull'area sono state costruite le torri del Bosco Verticale, inaugurate nell'ottobre 2014.
Quanto tempo serve per fare a piedi questo itinerario?
I cinque quartieri non stanno in una giornata sola. Brera e Isola si combinano bene in una mattinata; Navigli e Porta Romana valgono mezza giornata a testa; Lambrate va tenuta separata, perché è a est.

Quando ci sono date aperte, posti liberi e prezzo finale sono indicati prima di prenotare.

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