Il 4 novembre 1966, quando l'acqua dell'Arno smette di salire, a Firenze c'è un problema che nessuno al mondo sa risolvere: un milione di libri coperti di fango e nafta, che stanno marcendo mentre li guardi. Non esiste un manuale. Non esiste nemmeno la professione.
Quello che succede nei mesi successivi è la ragione per cui oggi, quando un archivio si allaga in qualsiasi parte del pianeta, si sa cosa fare nelle prime quarantotto ore.
La notte
L'Arno entra in città nella notte fra il 3 e il 4 novembre. Alla Biblioteca Nazionale Centrale, che affaccia proprio sul fiume, l'acqua invade il seminterrato e i piani bassi. In quei locali stanno i depositi: giornali, riviste, tesi di dottorato, opere moderne.
E non solo. Fra il materiale sommerso ci sono circa centomila volumi dei fondi antichi — il Magliabechiano, il Palatino, le miscellanee. Roba che non esiste in copia da nessun'altra parte.
Gli angeli del fango
Arrivano senza che nessuno li chiami. Studenti, operai, artisti, gente comune da tutta Italia e da fuori — Germania, Francia, Stati Uniti. Per settimane spalano melma, portano fuori volumi, stendono fogli ad asciugare in ogni spazio riscaldato che si riesce a trovare, dalle fornaci agli essiccatoi industriali.
È un'immagine che si ricorda per l'entusiasmo, e si dimentica per il resto: quelle persone stavano facendo, senza saperlo, il primo intervento di conservazione d'emergenza su scala di massa della storia. Molte scelte prese in quei giorni sono diventate procedura.
Cosa è stato inventato lì
- La priorità per stato, non per valore. Si interviene prima su ciò che si degrada più in fretta, non su ciò che vale di più: un incunabolo bagnato resiste più a lungo di un giornale del Novecento.
- Il congelamento come pausa. Un volume fradicio messo a bassa temperatura smette di ammuffire e aspetta il suo turno. Ha comprato anni di tempo su materiale che sarebbe andato perso in settimane.
- L'asciugatura controllata. Non al sole e non sul termosifone: temperatura e umidità governate, perché una carta che asciuga troppo in fretta si deforma e non torna più piana.
- Il lavaggio foglio per foglio. Si smonta la legatura, si trattano le carte una a una, si rimonta. È la fase che ancora oggi decide i tempi di tutto.
- La scuola. Da quel cantiere nasce un laboratorio stabile e, con lui, un mestiere con un percorso formativo: il restauratore di libri.
I numeri, sessant'anni dopo
È qui che la storia smette di essere commovente e diventa istruttiva. Sul materiale della Nazionale, negli anni: oltre 53.000 volumi restaurati e circa 17.000 lavati. Ne restano ancora quasi 20.000 da lavare, in prevalenza miscellanee antiche. E oltre 4.500 pezzi sono andati perduti, cioè non erano più recuperabili.
Il 4 novembre 2024 la biblioteca ha rimesso in consultazione volumi danneggiati dall'alluvione che fino a quel momento erano esclusi dal prestito, dentro un programma che ne riguarda trentamila.
Perché questa storia riguarda anche te
Perché spiega, meglio di qualunque discorso sul valore dell'artigianato, cosa distingue un oggetto fatto a mano da uno prodotto in serie: il primo si può riparare, il secondo si sostituisce.
Un libro cucito a mano si scuce, si lava e si ricuce. Un libro incollato a caldo, quando si stacca, è finito. Vale per le scarpe, per le sedie, per la ceramica riparata con la lacca. La riparabilità è una scelta di progetto, e la fa chi costruisce l'oggetto, non chi lo compra.
Dove si tocca con mano, oggi
- Le legatorie fiorentine: molte tengono corsi brevi in cui si cuce un quaderno a mano. Tre ore bastano a capire perché una cucitura tiene e una colla no.
- I laboratori di carta marmorizzata: la decorazione che a Firenze accompagna la legatoria da secoli, e che si impara in un pomeriggio.
- Il Museo dell'Opificio delle Pietre Dure, che dell'istituto di restauro fiorentino è la vetrina.
- La Biblioteca Nazionale stessa, che sull'alluvione e sul lavoro di recupero mantiene una documentazione consultabile.
Il modo più diretto per capire quel lavoro non è leggerne: è cucire un quaderno storto e accorgersi di quanto è difficile farne uno dritto.
Domande frequenti
- Quanti libri furono sommersi dall'alluvione del 1966?
- Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze circa un milione di unità bibliografiche, fra cui un centinaio di migliaia di volumi dei fondi antichi: Magliabechiano, Palatino e miscellanee.
- Chi erano gli angeli del fango?
- Studenti, operai, artisti e cittadini comuni arrivati da tutta Italia e dall'estero — Germania, Francia, Stati Uniti — che per settimane spalarono fango e misero in salvo libri e opere d'arte.
- Il recupero è finito?
- No. Oltre 53.000 volumi sono stati restaurati e circa 17.000 lavati, ma restano quasi 20.000 pezzi da lavare. Oltre 4.500 sono andati perduti.
- Perché la nafta fu peggiore dell'acqua?
- Perché gli impianti di riscaldamento rotti riversarono gasolio nell'onda. Un libro solo bagnato si asciuga; uno impregnato di nafta e fango va smontato e lavato foglio per foglio.
Legatoria, carta, ceramica: mestieri che si imparano con le mani.
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