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Souvenir di Roma: cosa vale la pena comprare davvero (e come riconoscerlo)

·9 min·Team Handsome
Souvenir di Roma: cosa vale la pena comprare davvero (e come riconoscerlo)

Foto: Magda Ehlers (Pexels)

A Roma il souvenir è un'industria a sé. Attorno a ogni monumento c'è la stessa fila di banchi con le stesse quattro cose: la calamita del Colosseo, la maglietta, il portachiavi con la Lupa. Che siano identiche da Piazza Navona a San Pietro dovrebbe già spiegare tutto: quegli oggetti non sono di Roma, sono soltanto venduti a Roma.

Questa guida non è una lista di negozi. Risponde a due domande pratiche: cosa si produce davvero a Roma e nel Lazio e come si capisce, con l'oggetto in mano, se l'ha fatto una persona o una macchina. Vale se sei in città per tre giorni, e vale se a Roma ci vivi e devi fare un regalo.

Il souvenir romano per eccellenza è nato nel Settecento

Dentro San Pietro quasi nessuno dei grandi "quadri" sopra gli altari è un dipinto: sono mosaici, copie fatte tessera per tessera perché l'umidità della basilica rovinava le tele. Per realizzarli e poi mantenerli la Fabbrica di San Pietro tiene una bottega musiva stabile, lo Studio del Mosaico Vaticano, che lavora ancora oggi. È da quel giro di mosaicisti che esce il primo souvenir romano.

Il passaggio decisivo arriva nel Settecento con gli smalti filati: paste vitree opache rifuse e tirate in bacchette sottilissime, da tagliare in tessere microscopiche. L'invenzione è attribuita al mosaicista Giacomo Raffaelli, che la presenta a Roma nell'anno santo del 1775 e la perfeziona con il collega Cesare Aguatti, partendo dagli smalti opachi messi a punto dal fornaciaro Alessio Mattioli. Nasce il micromosaico, e con lui il souvenir di Roma: scatole, tabacchiere e spille con il Colosseo o il Pantheon, comprate dai viaggiatori del Grand Tour, che alloggiavano attorno a Piazza di Spagna.

Il micromosaico resta il metro di paragone più onesto che Roma abbia: un pezzo vero è fatto di migliaia di tessere posate a mano e richiede giorni di lavoro. Lo stesso effetto su un banco a pochi euro è una stampa o una resina che lo imita.

Cosa si produce davvero a Roma e nel Lazio

Roma non è Faenza, non è Murano, non è Torre del Greco: non ha un unico prodotto tipico da mettere in vetrina, e chi te lo racconta ti sta vendendo qualcosa. Ha avuto un'altra vocazione, quella della città di committenza: si lavorava su commessa per la Chiesa, per le corti, per i pellegrini. Da lì vengono i mestieri rimasti.

Ceramica: la tradizione riconosciuta del Lazio sta nel Viterbese

La ceramica ha una legge tutta sua, la legge 188 del 1990, che la tutela con due marchi — CAT (ceramica artistica e tradizionale) e CQ (ceramica di qualità) — e riconosce i centri di antica tradizione ceramica. Nel Lazio i comuni che fanno parte della rete nazionale delle Città della ceramica stanno tutti in provincia di Viterbo: Viterbo, Acquapendente e Tarquinia. Tradotto: una denominazione "ceramica romana" non esiste, e quello che conta è il laboratorio in cui il pezzo è stato fatto, non la città in cui lo compri.

Mosaico: quello romano si calpesta

Chi cerca il mosaico ha in testa l'oro di Ravenna. A Roma il mosaico antico è pavimentale: marmo e pietra, spesso bianco e nero, e ci si cammina sopra invece di guardarlo in alto. La differenza conta anche quando compri: tagliare marmo a martellina e comporre vetro colorato sono due mestieri con costi diversi. Ne abbiamo scritto nella guida su il mosaico romano e la differenza con quello bizantino.

Oreficeria e argenteria

Il nome che conoscono tutti è Bulgari, nata a Roma dalla bottega di un argentiere greco, Sotirio Bulgari, e diventata la vetrina di via dei Condotti. Ma per chi cerca un regalo la storia utile è un'altra: i banchi da orafo che lavorano ancora in città, dove un anello si fa su misura in pochi giorni e chi te lo vende è la stessa persona che l'ha limato.

Sartoria, civile ed ecclesiastica

Roma ha una sua scuola di sartoria maschile: Brioni nasce qui nel 1945, in via Barberini, dal sarto abruzzese Nazareno Fonticoli e da Gaetano Savini, e nel 1952, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, porta per la prima volta l'uomo in passerella in una sfilata italiana. Accanto c'è una produzione che altrove non ha paragoni: via dei Cestari, vicino al Pantheon, è la strada degli arredi e dei paramenti sacri, dove si riforniscono religiosi da tutto il mondo.

Cuoio e pelletteria

Il Lazio non ha un distretto conciario come la Toscana, e sarebbe disonesto dirti il contrario. Ha però laboratori singoli di pelletteria e calzoleria che lavorano su misura e riparano quello che vendono: il cuoio è la materia in cui la differenza tra fatto a mano e assemblato in serie si vede meglio a occhio nudo.

I nomi delle strade sono ancora la mappa dei mestieri

C'è un modo gratuito per capire che Roma è stata a lungo una città che fabbricava: leggere le targhe. Dal Medioevo le corporazioni di arti e mestieri si raggruppavano strada per strada, anche per la comodità di procurarsi insieme le materie prime.

  • Via dei Balestrari, presso Campo de' Fiori: i fabbricanti di balestre.
  • Via dei Baullari: i costruttori di bauli da viaggio, sulla strada che porta a Campo de' Fiori.
  • Via dei Chiavari: i fabbri specializzati in serrature e chiavi.
  • Via dei Coronari: i venditori di corone del rosario, lungo una via medievale che i pellegrini percorrevano per arrivare a San Pietro.
  • Via de' Giubbonari: i fabbricanti di giubboni, i giacconi pesanti in uso tra Medioevo e Rinascimento.

Oggi in quelle vie si vende quasi sempre altro, e va bene: le città cambiano. Ma il punto resta valido per chi compra: la domanda giusta davanti a un oggetto non è "è italiano?", è "chi l'ha fatto?".

Cinque controlli da fare in trenta secondi

Nessuno richiede competenze: bastano l'oggetto in mano e la fotocamera del telefono a zoom pieno, che rivela in un secondo il reticolo di puntini di una stampa.

  • Ceramica: gira il pezzo. Il piede di norma è senza smalto e sul fondo restano i segni dei distanziatori di cottura. Un decoro dipinto a mano ha pennellate che si sovrappongono e cambiano da pezzo a pezzo; una decalcomania ha un reticolo di puntini regolari.
  • Oro e argento: cerca i punzoni. Il decreto legislativo 251 del 1999 impone che i metalli preziosi venduti in Italia portino impressi il titolo in millesimi e il marchio di identificazione del produttore, assegnato dalla Camera di Commercio. I titoli legali sono 750, 585 e 375 per l'oro, 925 e 800 per l'argento: se mancano entrambi i segni, non è un gioiello in metallo prezioso.
  • Pelle: guarda la cucitura. La cucitura a sella si fa a mano con due aghi che passano nello stesso foro: i punti risultano inclinati e simmetrici sui due lati e, se uno cede, il resto tiene. La macchina usa il punto annodato, con punti allineati al millimetro.
  • Mosaico e pietra: cerca l'irregolarità. Le tessere tagliate a mano non sono mai tutte uguali e le fughe hanno spessori diversi. Quadratini identici e allineati significano tessere industriali montate su rete.
  • Tessuto: entra nelle finiture. Fodere, asole e orli sono i punti in cui il lavoro a mano si vede: filo non perfettamente regolare, orli chiusi a mano, tracce di imbastitura rimossa.

Le tre domande da fare a chi vende

  1. Chi l'ha fatto, e dove si lavora? Una risposta buona contiene un nome e un luogo. "Artigiani italiani" o "produzione locale" non sono risposte.
  2. Quanti pezzi come questo esistono? Chi produce a mano sa dirti se è un pezzo unico, una serie da dieci o un modello che rifà da anni. Chi rivende e basta, di solito, no.
  3. Se si rompe, si ripara? Chi ha fatto l'oggetto quasi sempre lo ripara e te lo dice subito. È la domanda che separa un laboratorio da un importatore.

C'è poi un controllo che non dipende dalle risposte: "artigiano" sull'insegna non è un aggettivo libero. La legge 443 del 1985 istituisce l'albo provinciale delle imprese artigiane e stabilisce che nessuna impresa può usare come ditta, insegna o marchio una denominazione con riferimenti all'artigianato se non è iscritta a quell'albo.

E un ultimo controllo che vale più di qualsiasi etichetta: chiedi di vedere dove si lavora. Molti laboratori romani hanno il banco dietro il negozio o ricevono su appuntamento, e in cinque minuti capisci se gli attrezzi sono usati o sono arredamento. Chi non ha un posto da mostrarti, di solito, non ha nemmeno un pezzo da raccontarti.

Scontrino, garanzia, tax free: la parte noiosa che ti salva

Un oggetto artigianale comprato in negozio ha le stesse tutele di qualsiasi altro acquisto, a partire dalla garanzia legale di conformità di due anni dalla consegna, che il venditore non può escludere né limitare. Serve però una prova d'acquisto: chiedi lo scontrino anche quando il pezzo costa poco.

Attenzione invece a una cosa che quasi tutti danno per scontata: nel negozio fisico non esiste per legge il diritto di ripensarci. Il recesso entro 14 giorni riguarda gli acquisti a distanza e quelli conclusi fuori dai locali commerciali; se un negozio accetta il cambio, lo fa per politica sua. E se risiedi fuori dall'Unione europea puoi chiedere lo sgravio dell'IVA sopra una soglia minima di spesa: la fattura tax free va chiesta al negozio al momento dell'acquisto, e la soglia in vigore conviene farsela confermare prima di pagare.

Il prezzo alto non certifica niente. Un oggetto industriale venduto in una via del centro può costare più di un pezzo fatto a mano in un laboratorio di quartiere: quello che paghi in centro è spesso l'affitto della vetrina. Verifica l'oggetto, non l'indirizzo.

Il regalo che non si compra: portarsi a casa il gesto

Quando si tratta di regali c'è un'ultima possibilità, e funziona meglio di quasi tutto: invece di comprare l'oggetto, regalare il pomeriggio in cui l'oggetto si fa. Un laboratorio di ceramica, mosaico o oreficeria dura qualche ora e finisce con un pezzo irripetibile da portare a casa.

Su Handsome i workshop artigianali si prenotano online, il prezzo che vedi è quello finale e il Maker riceve il 100% del prezzo del workshop. Va detto con onestà: a Roma non ci sono ancora laboratori sulla piattaforma — oggi le sedi attive sono soprattutto tra Marche, Romagna ed Emilia — quindi la pagina di Roma vale come segnalibro, da ricontrollare man mano che nuovi Maker si iscrivono. Se intanto ti serve un'idea per la città, abbiamo scritto anche cosa fare a Roma ad agosto.

Il catalogo romano si aggiorna man mano che nuovi Maker si iscrivono.

Tieni d'occhio la pagina di Roma su Handsome

Domande frequenti

Qual è il souvenir più tipicamente romano che si possa comprare?
Storicamente il micromosaico: l'invenzione degli smalti filati è attribuita a Giacomo Raffaelli, che la presenta a Roma nell'anno santo del 1775 e la perfeziona con Cesare Aguatti. Oggi è raro e costoso. Le alternative realistiche sono la ceramica, un gioiello uscito da un banco da orafo o un oggetto in cuoio cucito a mano.
Come faccio a sapere se un negozio è davvero artigiano?
Per la legge 443 del 1985 nessuna impresa può usare riferimenti all'artigianato nella ditta, nell'insegna o nel marchio se non è iscritta all'albo provinciale delle imprese artigiane. È un punto di partenza, non una garanzia sul singolo oggetto: la verifica vera resta chiedere chi ha fatto il pezzo, dove si lavora e se lo riparano.
La ceramica comprata a Roma è ceramica romana?
Non esiste una denominazione tutelata "ceramica romana". Nel Lazio i comuni della rete nazionale delle Città della ceramica stanno in provincia di Viterbo: Viterbo, Acquapendente e Tarquinia. Un pezzo fatto in un laboratorio di Roma può essere ottimo, ma il valore sta nella tecnica e in chi lo ha fatto.
Posso restituire un souvenir se non piace a chi lo regalo?
Se l'hai comprato in negozio, per legge no: il recesso entro 14 giorni vale per gli acquisti online e fuori dai locali commerciali. Molti negozi accettano il cambio, ma è una loro scelta. Resta valida la garanzia legale di due anni se l'oggetto è difettoso.

Alla fine il criterio è uno solo: un souvenir vero è un oggetto di cui sai raccontare la provenienza. Se sai chi l'ha fatto e dove, hai comprato un pezzo di Roma. Altrimenti hai comprato una cosa che avresti trovato identica in qualsiasi altra città.

Prezzo finale indicato prima di prenotare e 100% dell'incasso a chi insegna.

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